20 Feb. 2018

LA TITOLARITA’ NEI FONDI COMUNI DI INVESTIMENTO: SGR O FONDO?

Autore Salvatore De Vita

Ecco le novità che hanno profondamente rivoluzionato la giurisprudenza in materia di titolarità dei fondi comuni di investimento

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Il nuovo contesto: soggettività del fondo

Una recente sentenza del Tribunale di Milano (n. 7232 del 10 giugno 2016) recepisce le novità normative intervenute negli ultimi anni e ribalta il precedente orientamento giurisprudenziale prevalente, enunciato dalla Corte di Cassazione in materia di titolarità dei beni conferiti nei fondi comuni di investimento.
Le linee guida della giurisprudenza prevalente sull’argomento, difatti, erano riconducibili alla tesi dettata dai giudici della Suprema Corte con la sentenza n.16605 del 15 luglio 2010 che considerava un fondo comune di investimento non come soggetto a sé stante, ma un patrimonio della società di gestione, in quanto privo di una propria struttura organizzativa che lo potesse qualificare come soggetto di diritto, una entità impossibilitata ad autodeterminare le proprie scelte e ad entrare in relazione con i terzi, se non per il tramite della SGR che lo gestisce.
Di tutt’altro avviso il Tribunale di Milano che nella richiamata sentenza apporta una “rivoluzione copernicana” nella giurisprudenza relativa alla complessa materia della natura e titolarità dei fondi comuni di investimento: per i giudici del tribunale lombardo il fondo ha una propria soggettività giuridica ed è esso stesso (e non la SGR) il titolare del patrimonio conferito dai sottoscrittori delle quote.

 

Il caso

Chiamatosi a pronunciare sul caso di un socio che riteneva pretermesso (omesso, trascurato n.d.r.) il suo diritto di prelazione sulle azioni ricomprese in un fondo, in conseguenza dell’avvenuto cambio della SGR che lo gestiva, il collegio milanese respinge la domanda dell’attore, sul presupposto che l’avvicendamento tra due SGR non possa qualificarsi come un atto traslativo della titolarità dei titoli conferiti nel fondo, ma una mera sostituzione nella sua amministrazione.

 

Effetti giurisprudenziali

Corollario di grande portata è la qualificazione della SGR la cui posizione non è assimilabile a quella di titolarità o proprietà del fondo, ma di mero gestore, in quanto la sua attività è “vincolata nel fine, nel metodo e nelle responsabilità”.
Una ricostruzione che sembra richiamare quella tipicamente anglosassone del “trust” che si basa sulla scissione tra posizioni dominicali e gestorie: da un lato il titolare del bene che è il fondo, dall’altro il soggetto gestore, la SGR e, poi, i sottoscrittori delle quote del fondo, assimilabili ai beneficiari di un trust.
In questa ricostruzione il fondo soggettivizza e sintetizza in un unicum l’interesse diversificato dei diversi partecipanti, la cui gestione viene condotta nel loro esclusivo interesse dalla SGR che può anche mutare come cambia un amministratore di una società, non intaccando titolarità e circolazione della quote che passano così dalla vecchia alla nuova gestione.
Ad orientare il convincimento dei giudici milanesi sicuramente le novità normative intervenute nel lasso temporale successivo alla precedente sentenza della Corte di Cassazione e richiamate nella pronuncia. Si tratta innanzitutto delle modifiche apportate al Testo Unico della Finanza (T.U.F.) che all’art 36, comma 6 sancisce che il fondo comune risponde con il proprio patrimonio per le obbligazioni contratte ed, all’art 57, prevede che i fondi partecipino alle procedure di liquidazione coatta amministrativa. A ciò si aggiunge l’art 6, comma 1 della legge 183/2011, laddove afferma la capacità del fondo di acquistare beni immobili.

 

Risvolti futuri

Tale pronuncia è destinata ad avere notevoli risvolti sul piano dell’operatività commerciale in particolare nell’ambito della intestazione dei beni del fondo nei pubblici registri e della titolarità dei patrimoni, nonchè sulle modalità di esercizio dei vincoli di riservatezza e segregazione propri del recente istituto dell’affidamento fiduciario (legge 112 del 2016, “Dopo di noi”).